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Film

HER – Le relazioni al tempo delle app

Her. In questo titolo stringato possiamo ritrovare una moltitudine di spunti su cui riflettere, come d’altronde ci offre il mondo del www evocato dall’aggettivo utilizzato. Le prime scene ci presentano Theodore e il suo contesto.
Il suo lavoro è scrivere lettere per conto di altri, intrise di emozioni che ormai le persone non riescono più a esprimere, e forse neanche a provare, affidate alla penna di un estraneo.

Già questa realtà è piena di tristezza e solitudine. Il film è infatti un affresco delle relazioni vissute nell’epoca 3.0, poco lontane da quelle ritrovate negli intramontabili classici di genere: l’incomunicabilità, le incomprensioni, la fatica di accettare l’altro e di considerare i suoi desideri e i suoi bisogni, l’esigenza di trovare qualcuno che ci ascolti e ci accetti per quello che siamo.

Theodore sembra aver trovato questo qualcuno in qualcosa: un software, evoluto, programmato alla perfezione, ma comunque non un essere umano. Facile per chi, come lui, sembrerebbe individuare le relazioni in cui si sente più a proprio agio in quelle virtuali (donne di chat erotiche e personaggi di giochi in 3D). Al regista bastano poi una manciata di minuti per infrangere l’illusione creata: Samantha, crescendo ogni momento, si “umanizza” sempre di più, facendo emergere un femminile umanizzato con tanto di gelosia, apprensione, quotidianità. Talmente femminile che è proprio Lei, come spesso accade nella realtà, e come accade a Theodore con sua moglie e alla sua coppia di amici, ad attivare una riflessione sulla relazione, a darle una “svolta”. L’immagine finale ci lascia comunque una speranza, una fiducia nelle relazioni.

Un Lui e una Lei, fatti di corpo e mente, di sensi non circoscritti soltanto a quello dell’udito, che guardano il mondo, dall’alto, da un’altra prospettiva. Vicini. Muti ma comunicanti.

Davanti a un’alba nuova che contiene future emozioni frutto della complessità propria della natura umana.

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